Halloween 2024 Il Diario di una Sopravvissuta
Atto 3 del nostro racconto per Halloween 2024 Il Diario di una Sopravvissuta
18 novembre 1995
Non so perché scrivo. Forse per dare un senso a tutto, forse per cercare una verità che continua a sfuggirmi. La gente dice che scrivere aiuta, ma dubito che abbiano mai visto quello che ho visto io. Nessuno ha. Nessuno è sopravvissuto. Tranne me.
Da quando è successo, ho cercato di tenere tutto dentro, come se potessi sigillare quell’orrore con il silenzio. Ma il silenzio è vuoto, e nel vuoto, i ricordi si contorcono, crescono, divorano. La notte scorsa l’ho visto di nuovo. No, non lui… ma quegli occhi. Ogni volta che chiudo i miei, riemergono dal buio. Mi osservano. Freddi, senza un guizzo di vita. Un pozzo in cui non c’è fondo. Non riesco a smettere di tremare.
Non ricordo esattamente il momento in cui tutto è iniziato. Ero solo una persona come tante, con una vita ordinaria, noiosa. Quel giorno dovevo semplicemente tornare a casa dopo il lavoro, ma ho deciso di fare una piccola deviazione. Avevo bisogno di una passeggiata, di schiarirmi le idee, come se il rumore della città potesse scacciare le nuvole che mi annebbiavano la testa. Non sapevo che Manhattan nascondeva qualcosa di molto più oscuro di qualsiasi pensiero.
Mi ricordo di essere passata davanti a quel vicolo. Uno di quei posti che sai di non dover guardare, che attraversi con passo veloce e sguardo fisso avanti. Ma qualcosa… qualcosa mi ha fatto voltare. È successo tutto in un lampo, troppo veloce perché la mia mente potesse afferrarlo. C’era lui, avvolto nell’ombra, e poi un altro corpo a terra, immobile.
Non potevo muovermi. Non sapevo se gridare o correre. Tutto in me si era paralizzato. Lui si accorse di me, lo sentii come si sente un tuono lontano che ti perfora l’anima. Non parlò. Non fece nessun gesto immediato. Si limitò a guardarmi. E, con quella lentezza che non dimenticherò mai, alzò la mano. Una mano pallida, affilata. Non mi colpì. Non serviva. Sentii il freddo insinuarsi nella mia carne, come se ogni fibra del mio essere stesse per crollare. Poi apparve il segno. Una carta.
Non era un tatuaggio come quelli che avevano trovato sulle vittime. Non c’era inchiostro sulla mia pelle, ma dentro di me. La Ruota della Fortuna. La vedevo riflessa nei miei occhi, una carta che girava su se stessa, in silenzio, come se il mio destino fosse appena stato deciso.
Non so come, ma riuscii a muovermi. Il tempo sembrava scorrere diversamente, come se fossi immersa in una corrente lenta e inarrestabile. La mia mente gridava di correre, di fuggire, ma il mio corpo non riusciva a reagire. Ogni passo era come attraversare una palude invisibile. Riuscii a sfuggire al suo sguardo, mi persi nel dedalo di strade, senza guardarmi indietro. Quando arrivai a casa, non ricordo come, il tatuaggio era sparito, come se non fosse mai esistito. Ma dentro di me, sapevo che qualcosa si era rotto.
Sono passate settimane ormai, e nessuno mi crede. La polizia dice che è stato lo shock, che il trauma ha distorto i miei ricordi. Mi ripetono che sono stata fortunata, che dovrei essere grata di essere viva. Ma come posso essere grata quando sento il destino appeso su di me, come una lama sottile? Come posso vivere quando so che è ancora là fuori, e che ha già tracciato il mio percorso?
Le altre vittime, loro non hanno avuto la mia “fortuna”. Ma io… io porto con me una maledizione. So che tornerà. La Ruota gira. E quando si fermerà, sarò di nuovo lì, in quel vicolo, in quell’istante sospeso tra vita e morte.
Forse sto impazzendo. Forse è solo la mia mente che cerca di dare un senso a qualcosa che non riesce a comprendere. O forse, tra le pieghe di questa città, c’è un antico gioco in corso, e io sono solo un pezzo di una partita che non so come vincere.
Non so se scriverò di nuovo. Non so quanto tempo mi resta. Ma se qualcuno troverà queste pagine, se qualcuno leggerà queste parole… ricordate. Non è finita. La Ruota gira sempre, e non c’è modo di fermarla.
